domenica 14 febbraio 2016

La scuola come bene comune

http://www.secondowelfare.it/privati/investimenti-nel-sociale/la-scuola-come-bene-comune.html

di Luciano Barrilà, Marco Cau e Graziano Maino


Il post completo da cui sono tratti i seguenti brani è stato pubblicato qui, sul sito "percorsi di secondo welfare".


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La scuola è già cambiata
La scuola sta cambiando? La scuola cambia? No, la scuola è già cambiata.
Non si tratta solo delle modifiche introdotte dalla Legge 107/2015 (“Buona Scuola”) o dalle indicazioni del Piano Nazionale Scuola Digitale. I cambiamenti nella e della scuola sono già in corso e sono strettamente connessi alle grandi trasformazioni che stanno interessando in questi anni la società nel suo complesso: la diffusione di massa delle tecnonologie, degli strumenti e delle forme della comunicazione digitale; la trasformazione del mercato del lavoro che prevede per le nuove generazioni percorsi di carriera più fluidi e imprevedibili; i diversi impatti della crisi economica che ha modificato percezioni e condizioni di vita, stili di consumo, strutture familiari, approcci al sistema educativo, prospettive dei giovani, mobilità delle classi sociali.

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La scuola è un punto di riferimento per tutti
L’iniziativa Scuole Aperte (progetto promosso dal Ministero dell'Istruzione in collaborazione con ANCI e VITA), è un primo grande catalogo dinamico a testimonianza di questo rinnovato protagonismo del sistema educativo italiano. Scuole Aperte si presenta così: «Le 43mila scuole italiane - prese tutte insieme - sono la più grande infrastruttura sociale del nostro Paese. Le scuole sono dappertutto e dappertutto accolgono la sfida della trasmissione del sapere, dell’educazione, dell’incontro tra generazioni, del confronto fra culture e linguaggi. Nulla più della scuola è il bene comune di questo Paese».

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La scuola è un ecosistema per l'innovazione
Le scuole sono chiamate a costruire ecosistemi che favoriscano la voglia di fare, di sperimentare, di appassionarsi al nuovo; anche in questo caso, aprendosi ad altri attori: favorendo lo sviluppo di “partenariati per obiettivi” con imprese, fondazioni e altri partner privati, con i quali sviluppare una o più finalità specifiche (promozione di nuovi ambienti di apprendimento attraverso le tecnologie digitali, costruzione di laboratori per la creatività, sviluppo di metodologie didattiche innovative, esperienze di alternanza scuola-lavoro qualificanti, soluzioni per la digitalizzazione dell’amministrazione scolastica o della didattica...).

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La scuola digitale
Anche al di là dei programmi promossi e finanziati del Miur, molti istituti, spesso in collaborazione tra loro, hanno dato vita a significative sperimentazioni, sostenute dalle Regioni o da imprese e fondazioni private. La “scuola digitale” si è già sviluppata: grazie all’iniziativa di reti di scuole formali e informali e di comunità professionali di docenti online e offline, un movimento digitale che è portatore di grande valore innovativo proprio perché nato sul campo, da esperienze bottom-up. Tra gli obiettivi strategici per i prossimi anni, il Miur ha indicato quello della visibilizzazione - anche con il contributo di Regioni, Comuni e Uffici Scolatici Regionali - del grande patrimonio di competenze, strumenti e modelli realizzati nell’ambito di questo movimento, al fine di non disperderle, di valorizzarle, di replicarle.

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La scuola può ampliare l'orizzonte
In partenariato con enti locali, imprese, organizzazioni sociali e culturali, singoli istituti o reti di scuole possono realizzare progetti “aperti”, utili contemporaneamente ai propri alunni e all’intera comunità: spazi museali evoluti, archivi digitali, biblioteche diffuse (per esempio valorizzando il patrimonio documentale e bibliografico di cui molti plessi scolastici dispongono); spazi comuni di studio e di lavoro (realizzando coworking aperti sia a studenti sia a professionisti); fablab e laboratori digitali; ristoranti didattici con attività ristorativa aperta al pubblico; luoghi per lo sport indoor e outdoor (fruibili dagli alunni in orario scolastico e da tutti in qualsiasi altro orario e giorno della settimana); adozione di spazi cittadini abbandonati e/o sotto-utilizzati per la realizzazione di programmi didattici con ricadute sulla collettività (orti urbani, giardini, aiuole, piccoli beni immobili); organizzazioni di eventi simbolici e temporanei (mostre, installazioni urbane, eventi in occasione di ricorrenze).

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Procedere passo dopo passo
Tenere conto dei contesti di riferimento, degli ecosistemi con le loro caratteristiche, è decisivo: in alcune situazioni, proporre (o addirittura imporre) progetti troppo ambiziosi può portare al fallimento frustrante e alla disillusione. L’innovazione non deve essere un dovere, ma un piacere; l’ingiunzione a progettare è paradossale: i progetti, pur avendo bisogno di leader, di trascinatori, di facilitatori, hanno anche bisogno di consenso e radicamento, non possono essere forzati dall’alto. E se anche non è necessaria la piena e consapevole adesione di tutti i componenti di un’organizzazione, è certamente importante operare con il consenso convinto di un buon numero di persone, in grado di svolgere una funzione di esempio e di promozione. Laddove manchi cultura della progettazione, è importante rompere il ghiaccio iniziando a realizzare progetti semplici, puntando a risultati intermedi e a traguardi raggiungibili. Collezionare una serie di iniziative piccole ma di successo, oltre che a “fare squadra” e a consolidare esperienza e competenze, è anche utile a far crescere la reputazione dell’organizzazione nei confronti di possibili partner e finanziatori, creando le condizioni per realizzare progettazioni più ambiziose e strategiche.

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