lunedì 15 dicembre 2014

Le nove patologie della programmazione dei progetti secondo J.P. Boutinet - 1/2 (post per #PPPNP)

In Psychologie des conduites à projet (PUF, 2014) Jean-Pierre Boutinet [qui e qui due post di Anna Omodei e Graziano Maino sulla sua voce "progetto" nel dizionario di Psicosociologia (J. Barus-Michel, E. Enriquez e A. Lévy, Cortina 2005)] dedica un capitolo alle nove patologie della programmazione dei progetti.

Riassumo il capitolo di Boutinet, in due post:
di seguito, il primo; di prossima pubblicazione, il secondo.

Le nove patologie della programmazione dei progetti (post 1/2).


I. Il progetto diviso o la negazione del progetto
La riscoperta del progetto (del lavorare per progetti), negli ultimi vent'anni, ha messo in discussione la divisione rigida del lavoro tra fase di ideazione e fase di realizzazione: nel processo progettuale, spesso, l'attore elabora e nello stesso tempo mette in opera; o - comunque - il livello dell'ideazione è prossimo al livello della realizzazione.
Questa innovazione è (stata) spesso tradita: molti progetti conservano la divisione tecnica e sociale del lavoro tra coloro che "pensano" e coloro che "eseguono", generando grande spreco di energie e una sottomissione  di coloro che realizzano nei confronti di coloro che progettano.
Un progetto così diviso - sostiene Boutinet - rappresenta la negazione del progetto.

II. L'ingiunzione paradossale e i rischi di disillusione
Accade che attori individuali o collettivi siano spinti a lanciarsi in un progetto dalle istituzioni che li governano. L'obbligo del progetto crea una ingiunzione paradossale, un doppio messaggio contraddittorio.
La prima ingiunzione suona più o meno così: "vi impongo di creare". Ovvero, si trasforma la libertà di poter innovare (grazie al progetto) nel dovere di innovare. (Ad esempio, l'alunno deve avere un "progetto personale", l'organizzazione un progetto di sviluppo o di impresa).
La seconda ingiunzione paradossale si può esplicitare così: "i tempi sono duri e non abbiamo più soluzioni da proporvi: vi chiediamo di costruirvi un progetto per il futuro". Il progetto diventa l'ultima spiaggia, la strada obbligata per superare le difficoltà. (Per esempio, il progetto di riconversione professionale; o il progetto d'inserimento lavorativo).
Due ingiunzioni che portano molti alla disillusione, dopo un'altra sconfitta.

III. Il tecnicismo delle procedure
Ciò che caratterizza l'andatura del progetto è il suo carattere fluttuante, la sua gestione incerta, la continua presa d'atto della complessità. Proprio tentando di ricondurre l'incertezza alla pianificazione, si può arrivare all'utilitarismo delle procedure, all'ossessione tecnicista, che soffoca l'ispirazione iniziatrice.

IV. Il totalitarismo della concezione pianificatrice
Quando l'ideazione diventa dominante sulla realizzazione (e non ammette scarto né improvvisazione), si privilegia un modello rigido, che può condurre a un progetto totalitario: una troppo grande rigidità nella relazione tra quanto è stato progettato e quanto deve essere realizzato può avere ricadute molto negative.
E invece l'umanità di un progetto risiede nella consapevolezza che il lavoro di realizzazione porta con sé i propri limiti: occorre fare i conti con molti imprevisti e occorre improvvisare e scostarsi da quanto programmato per superarli.

(Continua)

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